La domanda è la risposta. Che cos’è e come funziona in parte la psicoterapia

Psicoterapia

La parola psicoterapia deriva dal greco e significa “cura dell’anima”. L’anima non è qui intesa in senso religioso, ma come la natura più intima dell’essere umano; il termine cura, a sua volta, non viene usato in senso medico, ma nel suo significato di “prendersi cura”.
La psicoterapia è dunque un percorso che dà all’individuo la possibilità di prendersi cura di sè nel senso più profondo del termine.
Ma come si fa ad intraprendere e compiere un processo di cura della propria anima?
Innanzitutto è necessario imparare a conoscersi. E di nuovo la stessa domanda: come si fa?

Spesso chi inizia un percorso di psicoterapia lo fa per trovare delle risposte ad alcune domande. Alcune di queste possono essere: perchè mi succede questo? come mai ho questo sintomo? qual è la causa della mia sofferenza?
Se dicessi che per imparare a conoscersi il primo passaggio non è cercare risposte ma porsi delle domande, qualcuno potrebbe controbattere che è tutta la vita che si pone domande e non risolve nulla. Tuttavia, che le domande non portino a niente, ovvero a nessuna risposta, a nessuna comprensione degli eventi o a nessuna ulteriore conoscenza di sè, dipende proprio dal tipo di domanda. Ci sono infatti delle domande che aiutano ad aprire i pensieri, mentre altre rinforzano soltanto il “rimuginamento”.

Quando dico a qualcuno che la psicoterapia aiuta a pensare, alcuni si spaventano e mi dicono “io penso pure troppo!”. Nel corso della mia esperienza professionale – e anche personale – mi sono però resa conto che spesso con il termine “pensare” le persone intendono invece l’atto di “rimuginare”.
Personalmente l’immagine che ho del rimuginamento è una spirale nera che si attorciglia su se stessa e che non porta da nessuna parte; al contrario, la mia immagine del pensiero è quella di tante porte che si aprono su strade diverse che io posso scegliere di esplorare.
Rimuginare dunque significa chiudere, pensare significa aprire ed è ovvio che più è aperto lo spazio in cui mi trovo, più ho libertà di movimento.

Torniamo ora alle domande. La domanda più frequente è quella in cui ci chiediamo “perchè”; questa domanda ci porta a ragionare in termini lineari di causa ed effetto, per questo è molto difficile trovare una risposta soddisfacente. Anzi, spesso accade che la risposta la sappiamo già: chiunque conosce la propria storia e quindi sa da solo il perchè di alcuni propri disagi. Il punto è quindi un altro: non vogliamo arrenderci all’idea che conoscere i perchè non basta per riuscire a risolvere i problemi che ci affliggono. La cosa curiosa è che quasi mai ci viene in mente di provare a cambiare la domanda.

Facciamo un piccolo esperimento.

Al posto della domanda “perchè ho questo sintomo?”, proviamo a chiederci:

– che funzione svolge questo sintomo nella mia vita?
– cosa accade in me e anche intorno a me quando il sintomo si manifesta?
– che effetto ha il mio sintomo sugli altri?

Se siamo riusciti a porci queste nuove domande, siamo già un passo avanti. Potrebbe tuttavia accadere di avere fretta di trovare le risposte; in questo modo ci stiamo già perdendo le nuove domande. La differenza che c’è tra aprire e chiudere, infatti, è la stessa che c’è tra la domanda e la risposta: una risposta frettolosa tende a chiudere in maniera prematura una domanda e quindi un pensiero, una riflessione su di sè.

Naturalmente chiudere i pensieri o le riflessioni su di sè, sulla propria storia, sul proprio modo di vivere, sul senso che questo modo di stare al mondo ha per noi attualmente, significa non darsi la possibilità (o il permesso) di conoscersi.
Essendo la psicoterapia un modo di prendersi cura della propria anima, allora possiamo dire che la prima cosa da fare è non imprigionare l’anima nella rete del rimuginamento, ma nutrirla ed arricchirla attraverso l’arte del pensiero, per restituirle tutta la sua libertà.

Solo così le risposte arriveranno e con esse le nostre soluzioni.

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