Se Narciso avesse detto “ti amo” – Una storia di dipendenza affettiva

Psicoterapia

Qualcuno conoscerà sicuramente la figura mitologica di Eco, una ninfa che – per una punizione della dea Era – non può più parlare autonomamente, ma può solo ripetere l’ultima parte di ciò che dicono gli altri. Eco è impossibilitata ad esprimere i propri pensieri e i propri sentimenti e può avere voce appunto solo come eco dell’esistenza di un altro.

Si può considerare Eco una dipendente affettiva? Sì, se si considera il suo innamoramento per Narciso, un giovane bellissimo, che pensa solo a se stesso e a ciò che ama fare. Narciso non si accorge mai di Eco che invece vive solo per lui, in attesa di avere anche solo una sua piccola attenzione.
Un meccanismo di dipendenza affettiva si inserisce infatti sempre all’interno di una relazione: non esiste Eco senza Narciso, così come non esiste un sadico senza un masochista, un carnefice senza una vittima e così via.

Personalmente considero il mito di Eco e Narciso esplicativo di quel meccanismo di coppia in cui si inserisce la problematica della cosiddetta dipendenza affettiva: Eco non può parlare (di sé), Narciso non può ascoltare (altri che sé).
Ma siamo sicuri che ciò che prova Eco possa essere definito amore?

La dipendenza affettiva si sviluppa in persone insicure a causa della mancanza di amore vissuta nella propria infanzia, perché il senso di Sé del bambino passa per il riconoscimento e l’accettazione dell’adulto. Se tutto questo è mancato, non può esserci né centratura né autostima.
Quello che prova Eco è infatti in realtà un bisogno di riconoscimento: dimmi che mi ami così io lo ripeterò e finalmente saprò di esistere. O ancora: sento di esistere solo se esisto per qualcuno; se nessuno mi riconosce allora non esisto. Se nessuno mi ama, allora non mi amo.

La convinzione che si struttura in questi casi e che condiziona la vita di queste persone (maggiormente donne) è “non merito di essere amata”.In base a questa convinzione si arriva a rinunciare alla propria identità per sacrificarla in nome di un “amore” che genera sofferenza. Si continuano a scegliere partner che come Narciso non possono amare e che quindi confermano il proprio non essere degne d’amore.
Come un bambino pensa di non aver ricevuto amore perché era lui ad essere sbagliato, così un adulto – più o meno inconsciamente – crede di non essere amato per colpa sua e non perché sceglie partner sbagliati.

“Sicuramente se mi tratta così gli avrò fatto qualcosa senza accorgermene”
“Certamente posso fare di più per riuscire a farmi amare”
“Mi devo scusare, ho sbagliato io”

Questi sono solo alcuni esempi di frasi tipiche di persone dipendenti affettivamente.
In questi casi, il bisogno di amore ad ogni costo diventa autodistruzione e qualcuno, proprio come Eco, si illude che questa autodistruzione sia amore.

In base alla mia esperienza, posso comunque dire che, nonostante tutto questo, liberarsi dalla dipendenza affettiva è assolutamente possibile con un percorso di psicoterapia che aiuti a rimettere se stessi al centro della propria esistenza. Vediamo cosa significa concretamente.

Quando il riflettore è puntato costantemente sull’altro e ci si chiede ossessivamente “chissà se mi ama”, “chissà cosa pensa”, “chissà perché si comporta così”, “chissà perché mi ha detto questo o quello”, è evidente che abbiamo perso di vista noi stessi. Questo non in senso simbolico, ma proprio in senso letterale: percepiamo benissimo ciò che prova l’altro ma non percepiamo più quello che proviamo noi, quello che pensiamo noi e soprattutto quali sono i nostri reali bisogni.

Eco ripete solo quello che dice Narciso e aspetta inutilmente per tutta la vita che Narciso dica “ti amo”. Perché non dice nulla lei? Perché non si chiede “cosa vorrei dire io”? Non se lo chiede perché non lo sa. A forza di ascoltare gli altri e di ripetere le loro parole, non sa più cosa pensa e cosa sente lei. Non ascolta le sue sensazioni, non ascolta il suo corpo, non percepisce il suo respiro, né l’appoggio dei suoi piedi per terra.

In un percorso di psicoterapia corporea, il lavoro da fare è proprio questo: tornare al corpo, percepirne il peso, la consistenza, percepire l’appoggio, le gambe che ci sorreggono recuperando così la sensazione di esserci; portare l’attenzione sul proprio respiro, accorgersi che si respira in modo autonomo e vedere che effetto fa; potersi chiedere “cosa sento mentre dico questo?”.

Recentemente una paziente che è molto avanti nel percorso terapeutico mi ha detto: “Sento di avere fatto un viaggio. Mi ricordo tutte le fermate: la sofferenza, le difficoltà, il non sentirmi libera di fare nulla. Adesso che esco, lavoro, studio e mi diverto quasi non ci credo. Posso dirmi brava, non credevo fosse possibile e invece ce l’ho fatta”.

Chiunque può fare questo viaggio, l’importante è soltanto deciderlo.

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